Mutamenti radicali

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Immagine da Il Trono di Spade tratta dal web

Caro Dave,

eccomi di nuovo a te, per raccontarti il resto della storia.
Eravamo rimasti ai primi giorni in ospedale.

I giorni diventarono settimane, le settimane divennero mesi: in tutto ce ne vollero quattro.

Dopodiché, mia madre tornò a casa in condizioni migliori di come ne fosse uscita quel mattino nefasto, addirittura camminando sulle proprie gambe, pur se malferma e necessitando di venire sorretta a ogni passo. Un risultato notevole che, solo poche settimane prima, sembrava impensabile.
Tuttavia, pur mostrandosi migliorata ma non proprio come nuova, diciamo, fu chiaro che il cambiamento che l’aveva colpita sarebbe stato permanente.

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Poi conobbi la tenebra

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Il sopraggiungere della chiamata al servizio militare diede alla Barriera un bello scossone, e per un anno i miei orizzonti divennero più vasti, anche grazie ai nuovi amici che conobbi mentre ero sotto le armi e che provenivano non solo da altre città e province ma anche da altre regioni.

Come Paolo e Stefano, ad esempio, di alcuni anni più grandi di me perché già laureati;

da entrambi ho imparato molto ed era come se avessi avuto un paio di fratelli maggiori a cui fare costante riferimento. Paolo, oltretutto, ebbe il merito di farmi scoprire gli U2. Non lo ringrazierò mai abbastanza per avermi accostato alla voce e ai versi del Vate.

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All’inizio era come un velo

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Immagine artistica della Barriera ne Il Trono di Spade, tratta da qui.

Caro Dave,

di fronte a casa mia, casa nostra, da che io abbia memoria c’è sempre stata una barriera.
Non un altissimo muro di ghiaccio come ne Il Trono di Spade e, se è per questo,

neanche di altro materiale; però una barriera c’è sempre stata, fin dall’inizio.
Invisibile, ma c’era.

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In ginocchio sui Ce(r)ci

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Alessio Cerci in azione in mezzo a Balzaretti e Bradley in Torino-Roma del 3 novembre 2013 (fonte)

(Riassunto delle puntate precedenti: dapprima zzzz, poi wow, infine boom. Quando il fumo si diradò, le cose erano cambiate per sempre.)

Iniziarono i giorni e le notti in ospedale.
Una delle prime sere, in infrasettimanale, Borriello realizzò l’uno a zero contro il Chievo fissando a dieci il record di vittorie di fila dal nastro di partenza.
La domenica successiva io e il mio vecchio saremmo dovuti andare a Torino a vedere la trasferta contro i granata, unendoci per la prima volta dopo molto tempo al pullman del Toro Club di Bra, insieme a uno degli organizzatori che è un nostro vicino di casa. Avevo già comprato i biglietti, ma ovviamente non andammo. Al “nonno”, per tranquillizzarlo, dissi che ero riuscito a rivenderli on-line, ma non era vero. Non avevo testa né tempo per pensare a recuperare quei quattro soldi. Le mie preoccupazioni in quel momento erano altre, come puoi ben immaginare.

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Not this day

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Immagine dal film Il Signore degli Anelli – Il ritorno del re di Peter Jackson (2003)

(Riassunto delle puntate precedenti: prima un lungo nulla, poi di nuovo luce e sole, amori e colori. Infine, lo scoppio di una mina.)

I miei vecchi e io condividiamo da sempre una villetta bifamiliare, anche se dovrei parlarne al passato visto che di vecchio ce n’è rimasto uno solo, il sopravvivente.
Una scelta, quella prossimità, che a un certo punto mi era parsa naturale, nonché pratico sbocco del mio desiderio di indipendenza e privacy senza rinunciare agli annessi e connessi (il giardino, gli alberi da frutto, i cespugli di rose, l’ampio terrazzo da cui guardo al mondo come dalla tolda di un vascello fin da quand’ero bambino, la vicinanza festosa dei miei cani nel loro territorio naturale), investendo al contempo nella valorizzazione dell’intero immobile.
Una scelta che si sarebbe poi dimostrata tanto utile, quanto rovinosamente sbagliata, in quel giorno e negli anni che seguirono quel mattino che non sorrise affatto. Il giorno della mina Claymore.

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September morn

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La mésange charbonnière di Serena de Gier, acrilico su tela 2013

(Riassunto delle puntate precedenti: prima una lunga notte, poi, finalmente, luce sole e amore. E colori. Tanti.)

Francesca a quel tempo lavorava in un gradevole locale pubblico, e io avevo fatto di quel locale una sorta di seconda casa. Pressoché ogni mattina mi destavo pensando che, di lì a poco, mi sarei trovato di fronte al suo sorriso, per un buongiorno gradito quant’altri mai.

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True colors

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© Dario Angelo 2013, Roma, Colle Palatino

(Riassunto delle puntate precedenti: Bill racconta di quando, un decennio prima, non se la passò troppo male dopo un lungo periodo in compagnia dei propri darklings, eccetera.)

Ricominciai a frequentare Lisa, ad esempio, che fra una gita al mare e una passeggiata nei boschi sembrava gradire molto quella rinnovata versione di me; al punto da raggiungere con lei un ancor più profondo grado di confidenza, complicità e lucidità di confronto, in un rapporto di lungo corso che – pure – di tali aspetti non era mai stato privo.

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Sotto questo sole è bello camminare

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© Dario Angelo 2013

(Riassunto della puntata precedente: Bill rievoca un momento di dieci anni prima in cui le cose sembravano essersi rimesse nella giusta direzione, dopo un periodo complicato.)

Da quello specifico periodo ero uscito camminando. In senso letterale.
Mi ero deciso alla buonora a mettere in pratica uno dei pochi consigli davvero utili che mi fossero mai stati dati in merito al modo di rapportarmi all’abisso; anzi, a ben vedere l’unico, di consiglio davvero utile. Uscire all’aria aperta, che ci fosse il sole la pioggia o la nebbia. E camminare. Rimettere in moto le gambe e consentire ai muscoli di ritrovare fluidità e tono e, con essi, di restituire a tutto il resto del corpo vitalità ed energie che sembravano perdute.

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Ti spiezzo in due

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Pennywise the Clown (qui la fonte)

Caro Dave,

dieci anni fa, proprio in questi giorni, non avevo una relazione né un’occupazione, e mi ero appena ripreso da un lungo periodo di inattività dovuto ai miei ricorrenti problemi di salute.

Non il più lungo né il più sofferto, quel periodo, ma se la giocava – e ancora se la gioca – per il podio.

Da quando ci conoscemmo, che avevo appena un quarto di secolo e ora è trascorso un altro quarto e qualcosa ancora, al tempo, cioè, in cui di certe mie fragilità non avevo contezza (anche se ora, ripensandoci, alcune avvisaglie già c’era, ma troppo lievi e occasionali per notarsi, increspature che parevano dettate solo dalle circostanze), mi sono spezzato molte volte.

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Love & pride

Curva Sud, coreografia per il derby d’andata 2013/14 (qui la fonte)

(Riassunto della puntata precedente: storie che ti devo raccontare, mio caro Dave. É alfine giunto il momento.)

A distanza di poche settimane e mesi l’uno dall’altro cadranno ben tre anniversari di quelli tondi; di fatti, o situazioni, della sostanza che sconvolge i paradigmi. O, per dirla in parole povere, del genere che, dopo, si può ben affermare che il mondo – inteso come il proprio universo privato – non sia stato più lo stesso. Eventi di cui viene spontaneo celebrare o, in qualche modo, sottolineare la ricorrenza.
È l’occasione cui ti accennavo prima, quella per farmi perdonare.
Se non ora, quando? (Hey, another quote, you scored an hat-trick!)

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