Maaaa chi èèèè!! Maaaa chi èèèè??

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(Riassunto delle puntate precedenti: un viaggio in treno, uno sguardo alle origini, dai sette anni in poi si lavora e si fatica per accontentare la maestra, e basta!).

Per varie settimane, dunque, vi furono pianto e stridor di denti; perché a me di fare quei disegni, fra il sabato pomeriggio e la domenica, non importava un fico, io volevo solo potermi fare gli affari miei e giocare un po’, uffa.
Eppure, quei disegni s’avevano da fà, mi dovevo impegnare; sennò poi la maestra il lunedì era lì a labbra serrate e sguardo di fuoco, a fissarti come se avessi rubato l’ostia in chiesa.

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Ritratto dell’artista da giovane

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(Riassunto delle puntate precedenti: il primo ritorno al luogo natale, fra treni, ottoni, vecchie stazioni, ponti e disegni scolastici).

Io scarabocchiavo di tutto fin dalla più tenera età, come immagino faccia qualunque bambino. Avevo anche un mio stile. Cresciuto a film western e di pirati, disegnavo un rettangolo che rappresentava “il grosso” di un corpo umano, attaccavo gambe piedi e braccia, stilizzate alla bell’e meglio, una testa tonda con su un cappello, infine mani che stringevano pistole, spade o pugnali.

Le pistole potevano essere a pietra focaia, come quella del Comandante Mark, oppure delle Colt .45 Single Action Army, come quelle di Tex e dei suoi pards; tuttora le mie preferite, degli oggetti di pura perfezione estetica.

Giusto per darti un’idea più precisa, poco fa mi sono cimentato nella mia versione di un pistolero nello stile di quegli anni primordiali. Picasso me spicciava casa, proprio, ve’?
Mia madre chiamava quei soggetti “armadi con le gambe”.

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Sfrecciando nell’aria

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(Riassunto della puntata precedente: la prima sortita di Bill oltre il perimetro, debitamente accompagnato).

Il viaggio in treno mi sembrò interminabile, lì seduto in una carrozza a scompartimenti da sei, con le pareti in legno laminato lucido e i sedili di finta pelle marrone; sopra ogni poggiatesta una cartolina sfocata in bianco e nero di qualche luogo che non stimolava alcun interesse, incorniciata in una finitura dello stesso ottone di cui erano fatte le intelaiature delle finestre, delle porte, dei tavolini ripiegabili posti sotto le finestre; e le maniglie, le cappelliere e le pareti divisorie. Ottone ovunque. Pareva quasi chic. Che poi sarà stato alluminio o qualche altro materiale metallico meno pregiato e opportunamente ottonato, suppongo.

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Il primo giro di orizzonte

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Caro Dave,

giusto a proposito di racconti che a volte imboccano sentieri inaspettati. Interrompo per un momento il mio flusso narrativo a tinte giallorosse, poiché mi sono reso conto che quest’oggi è un giorno particolare.

Un giorno che mi riporta a un luogo in cui, senza averlo calcolato, mi trovo proprio ora.
E a una persona che, in questo luogo, mi portò per la prima volta da che ebbi l’età e la capacità sufficienti per rendermi conto di dove mi trovassi. La prima volta, cioè, dopo la primissima, nella quale non mi potevo rendere conto di nulla perché ero appena venuto al mondo, e con ogni probabilità strillavo come un babirussa inseguito dai cacciatori; accadde in una notte buia e tempestosa, al cospetto di una montagna con due corna. Come quelle di un drago.

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Arrivederci Roma

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(Riassunto delle puntate precedenti: nuovo viaggio, stessa casa, un anniversario speciale).

Bene, mio caro Dave. Giunti a questo punto, immagino ti domanderai cosa mi avesse spinto, trent’anni fa, a compiere quel mio primo viaggio a Roma, se lo avessi programmato o se si trattò di un caso. Forse ti starai aspettando che io mi metta a raccontare i presupposti o gli antefatti.

Invece no.  

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Happy Anniversary

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(Riassunto delle puntate precedenti: Bill è tornato a Roma e ripercorre ancora una volta i propri passi per le vie della Città Eterna).

Esattamente trent’anni fa, circa a quest’ora, mettevo piede a Roma per la prima volta.

Nella carrellata di foto qui sopra, una sequenza delle prime cose che vidi appena fuori dalla Termini. Forse qualche dettaglio nel frattempo è cambiato, ma l’insieme no, quello è rimasto il medesimo.

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NeverEnding Story

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(Riassunto della puntata precedente: Bill celebra l’inizio del nuovo anno nel nome di Cesare e del dio Giano e si appresta a tornare sul sacro suolo).

Ed eccomi di nuovo qui, con il naso per aria, gli occhi pieni di meraviglia. E con in più, rispetto alle prime volte, il gusto dell’anticipazione nell’approssimarmi a scorci e vedute amatissime, il compiacimento e la gioia nel ritrovarle e nel cogliere, qua e là, alcuni miglioramenti. Nell’illuminazione notturna, ad esempio, che ho l’impressione sia stata aggiornata e faccia risaltare meglio i dettagli come l’insieme, Così come, anche, gradite sorprese. Tipo la seconda fila di colonne innalzate nel foro di Traiano, sopra un architrave ricostruito che a sua volta poggia su capitelli ricostruiti a completare le altre colonne originali poste a piano terra che già vi si trovavano erette.

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Ave Cesare

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(Photo credits)

Caro Dave,

buon Capodanno, buon inizio di nuovo anno e buon primo giorno del mese dedicato al dio Giano, il guardia-di-porta dell’antichità romana.

Dio bifronte che, quando ne sentivo parlare da regazzino tipo a scola o a messa, mi veniva presentato quasi come un simbolo di doppiezza, mentre in realtà è uno degli dei più amorevoli e fighi che siano mai stati concepiti. Poiché guarda al futuro senza dimenticare il passato, butta un occhio all’esterno avendo cura dell’interno; non a caso, una sua effige veniva posta sull’uscio delle abitazioni, come nume tutelare, oppure agli angoli delle strade e all’imbocco dei ponti, a proteggere la via in ambo le direzioni. Allo stesso tempo, per sua intrinseca natura, Giano è il dio dei nuovi inizi e del perpetuo divenire.

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Invictus

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(Riassunto delle puntate precedenti: Augusta Taurinorum, sede di tante partite memorabili vissute dal vivo. Un tempo qui era tutto Impero Romano).

Quei primi approcci isolati mi servirono per maturare un più marcato interesse per l’esperienza dello stadio; la vicinanza geografica con uno e poi due impianti di Serie A e la facilità di collegamenti con essi agevolò il naturale sviluppo delle cose, e col passare degli anni avrei assistito, a Torino, a decine di partite.
Per la maggior parte in casa del Toro, verso cui ho rispetto e simpatia perché, vivaddio, pur vivendo in una terra infestata di juventini e di altrimenti strisciati, conosco tanta gente granata di sani valori paragonabili ai nostri. In molte di queste partite in campo c’era la Roma, anche se non in tutte.

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Un diez de cuero blanco

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Diego Armando Maradona e Antonio Cabrini, capitani di Napoli e Juventus, in mezzo a Claudio Garella (a sinistra), Michael Laudrup, Stefano Tacconi e Massimo Bonini (a destra), Torino, 17 aprile 1988 (foto tratta da qui)

(Riassunto delle puntate precedenti: un cuneese a Torino, di stadio in stadio e di partita in partita).

Circa un anno dopo, di nuovo in aprile, con gli stessi amici e con il pullman dei gobbi braidesi, tornai in quello stadio per assistere a un Juventus-Napoli, con la segreta speranza di vedere i campioni d’Italia in carica rifilare una sonora lezione ai soliti parvenu con la maglia a strisce pedonali.

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